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Eccomi

Blogger: storiesmarrite
Nome: Perla Smarrita
Non chi sono ma chi siamo. Un gruppo di persone che ama la lettura, che non si accontenta di snocciolare frasi ma tende ad andare alla ricerca del senso. Del senso del leggere. Come tanti Malachia da Hildesheim, alla ricerca del libro perduto............. .......AVVISO AI LETTORI...... Questo è un blog di supporto ad Agorà ed è nato con l'intento di far confluire qui tutti quei racconti che sono e saranno pubblicati su Agorà, poichè sul blog risultano essere di difficile consultazione. Buona Lettura e grazie Tutti i diritti delle opere sono dei rispettivi Autori. Se si intende utilizzare parti o racconti si prega di citare la fonte e contattare i diretti interessati.

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12/01/2008
L'ultimo omicidio di Caravaggio

L'ultimo omicidio di Caravaggio

Dal blog di Francesco

Il 28 maggio 1606 Michelangelo Merisi da Caravaggio uccide in un regolamento di conti il nobile Ranuccio Tomassoni. Bandito dalla giustizia pontificia, è costretto a fuggire verso sud. Va a Napoli, poi a Malta dove ottiene l’investitura dell’Ordine gerosolimitano di San Giovanni. Qui, secondo una fonte anonima del XVIII secolo, uccide un altro uomo. Imprigionato, riesce a fuggire dall’isola e riparare in Sicilia. A Palermo, nel 1609, dipinge la Natività con i santi Lorenzo e Francesco.
La notte del 4 ottobre 1969 il dipinto viene rubato.
...
Il quadro era lì. Si avviò, ansioso, verso il vecchio magazzino. Aprì la porta, entrò, la richiuse. Diede due giri di chiave.
Quell’enorme quadro di due metri per tre era gettato lì, a terra, riverso. Voleva vederlo, ma come? Esaminò il telaio, quattro grosse, robuste assi di legno tendevano i lati del dipinto a formare un rettangolo, altre due nel mezzo percorrevano a croce la superficie e si incontravano in un punto poco più alto del centro. Guardò il magazzino, le travi nel tetto, la finestra in alto, piccola e ormai senza vetri che faceva filtrare la luce, proiettandola solo da un lato. I suoi occhi caddero su un pezzo di corda gettato in un angolo. L’esaminò, era spessa due dita e sembrava robusta. L’afferrò da una cima, la passò convulsamente e con fatica all’incrocio tra le due assi centrali del telaio. Fece un nodo, poi un altro. Afferrò l’altro capo della cima e ad occhio misurò l’altezza che lo separava dalla trave sopra di lui. Tirò con forza, la corda arrivò quasi a fatica all’altezza della trave, ma la superò. E ricadde penzolante. L’afferrò al volo e la tese.
Iniziò a tirare lentamente ma con forza. Il quadro pesava, pesava maledettamente con le sue assi robuste di legno massiccio, iniziò a sollevarsi in maniera scomposta, prima il lato superiore, poi caracollò su un lato, poi si sollevò sull’altro, a poco a poco anche la base si sollevò da terra. In maniera irregolare stava sospeso a pochi centimetri dal pavimento. Lui si fermò un momento a prendere fiato, poi continuò a tirare la corda con forza, il quadro saliva faticosamente con la superficie dipinta che guardava verso terra e mostrava lentamente le sue figure. Apparve una mano, poi un’ala e la testa dell’angelo, poi il corpo, poi tutto il resto. Lui lo guardava contratto e estasiato, la corda in mano, gli occhi al dipinto. Lo sollevò fin quasi a tre metri d’altezza. Formavano uno strano triangolo: lui con le braccia tese nello sforzo di tirare, la corda rigida che segnava una linea dalle sue mani alla trave e un’altra inferiore da lì al quadro e, sopra di lui, soprastante e imponente, la Natività di Caravaggio. Guardò l’angelo, il Bambino, la Madre, il bue, i santi Lorenzo e Francesco…
In quel momento udì dietro di sé un boato, si girò di scatto, vide nel fumo la porta che si schiantava a terra, vide davanti a sé, passamontagna nero, l’ufficiale dei Nocs che faceva irruzione. Sentì dietro di sé un alito di polvere, sulla nuca e la spalla tutto il peso del grosso telaio, sentì la consistenza del legno e un bordo acuminato della cornice che gli si ficcava dentro, gli comprimeva una vertebra, gli bucava la nuca; il suo corpo, compresso, si accartocciò, si girò di 90 gradi, si mise scompostamente in ginocchio; i suoi occhi, appannati, andarono all’angolo inferiore destro del quadro, lesse appena la firma: Michel Angel Merisi pinxit.

Postato da: perlasmarrita a gennaio 12, 2008 09:19 | link | commenti (1)
cicioprof

20/08/2007
Il gabbiano

L’estate volgeva al termine. Lui lo sapeva, glielo diceva l’istinto oltre che la brezza marina che spirava sempre più fresca, avvolgendolo.

Era stata un’estate fantastica. I voli si erano sovrapposti ai voli su quella spiaggia brulicante di gente. E poi quegli ombrelloni multicolore che a certe ore del giorno, quando il sole era alto nel cielo, facevano sembrare la spiaggia  come una tavolozza su cui un pittore aveva provato a mescolare tra loro tutte le tonalità di colore, prima di cominciare il quadro più importante della sua vita. Una tavolozza che poi, rubata dal vento,  gli era sfuggita di mano e vagava leggera nell’aria facendo compagnia alle nuvole.

Ma era la sola cosa che gli piaceva di quella spiaggia quando il sole era alto. Per il resto preferiva svolazzare  su quei lidi all’alba, quando il sole cercava di convincere la notte che era tempo di andare oltre le colline a riposare e dormire e la spiaggia era una striscia bianca deserta, che sfavillava sotto i primi raggi obliqui che l’attraversavano.

Era un tipo solitario lui.

Aveva provato a cercarsi una compagna, a dire il vero,  ma ogni volta c’era stato qualcosa che non era andato per il verso giusto. Ed allora aveva rinunciato, almeno per quell’anno. “Poi chissà,” si ripeteva, “in futuro potrò trovare anche io il mio speculare che mi somigli e mi completi. Che, come me, ami i voli all’alba;  che, come me, ami giocare a rimpiattino con le nuvole. Che ami anch’ella guardare in faccia la pioggia trovandola bella, che segua di soppiatto i primi raggi di sole salendogli sulla coda.”

Sarebbe stato bello si, trovare una compagna alla quale mostrare quella scoperta fatta un giorno che le era sembrato meraviglioso: la fonte dell’arcobaleno, nascosta ai piedi del monte.

Un sospiro gli gonfiò il petto per un istante.

Ma fu solo un attimo. Riaprì le ali e si tuffò giù dalla montagna, per volteggiare leggero in alto per poi  scendere in picchiata posandosi su  quello scoglio così strano, così squadrato che non somigliava a nessun altro che lui ricordasse. “Me ne dovrò ricordare, quando tornerò”, si disse “si sta bene qui”. Ritrasse le ali e si immerse nel panorama che gli stava intorno.

Non avrebbe dimenticato nulla. Ne era certo.

Aprì il becco e salutò  per l’ultima volta  quei luoghi che lo avevano visto felice e libero. Gli rispose la risacca del mare che si infrangeva su quella spiaggia sabbiosa e dolce, mentre lui, libratesi in volo, diventava un puntino sempre più lontano all’orizzonte.

 

Immagine: Foto di SCIAC, che ringrazio.

Postato da: perlasmarrita a agosto 20, 2007 16:02 | link | commenti (3)
perla

12/08/2007
Il monaco

Giuseppe era molto stanco, chino sulla terra dalle cinque della mattina  aveva fatto solo delle piccole soste. A mezzogiorno la sua Luisa gli aveva portato il pranzo avvolto nella tovaglietta  a quadri rossi,  e aveva consumato con lui quel po’ di cibo.

Una delicatezza  che a lui piaceva, come del resto gli piaceva tutto in quella donna che solo l’anno primo era diventata sua moglie. Una delicatezza che apprezzava ancor più ora, visto che Luisa aspettava il loro primo figlio e, nonostante le sue rimostranze, aveva continuato a portargli il pranzo ogni mezzodì. Giuseppe amava lavorare la sua terra, anzi provava un certo orgoglio a dire “la mia”.

I suoi genitori, così come quelli di Luisa, erano poverissimi. Non avrebbero potuto lasciargli proprio nulla  se, proprio negli anni precedenti il matrimonio  del loro figliolo, quel politico,  come si chiamava? ah Gullo, pensò Giuseppe, Dio lo benedica!,  non avesse scritto e fatto approvare  quella che tutti chiamavano la legge Sila.  Quando la terra fu strappata a grandi proprietari che non la coltivavano e fu data in piccoli appezzamenti ai contadini dell’altopiano calabrese. Fu così che Giuseppe ebbe una terra tutta sua; un qualcosa di cui essere fiero e  che un giorno avrebbe lasciato a quel figlio in arrivo.

E l’amava la sua terra, si. Cercava  di renderla viva, bella; di coltivarne ogni angolo ogni centimetro. Davanti alla piccola casa, tirata su con grandi sacrifici, Giuseppe aveva piantato fiori dai mille colori diversi per la sua Luisa, affinché fossero la bellezza dei colori e il canto dei passeri e delle rondini e degli usignoli  che vi si posavano a essere le prime cose  che la moglie vedesse e udisse al mattino appena sveglia.

Il sole stava cominciando a nascondersi dietro le vicinissime montagne - Le Serre, come le chiamavano -  in quella calda  giornata di giugno dei primi anni ’60,  e Giuseppe si era fermato per tirare il fiato ed asciugarsi il sudore,  prima di raccogliere tutte le sue cose e tornare a casa.

Fu in quel momento che lo vide.

Esile, alto, con la testa bassa quasi a dialogare con se stesso, ogni giorno al calare del sole si inerpicava per il viottolo che era al limitare del suo appezzamento di terra. Era un monaco della Certosa  di Santo Stefano del Bosco, posta un po’ più a valle, che raggiungeva un posto più in alto sulla montagna, li dove l'aria era più rarefatta e di gente se ne vedeva davvero poca.

Se ne stava seduto li, ad ascoltare l'eco del proprio cuore e a meditare ad occhi chiusi , con la sola compagnia degli animaletti del bosco che si preparavano freneticamente  alla notte, accompagnato- nelle sue meditazioni -solo dal canto del vento che giocava a nascondino con i pini e i faggi.

Poi, quando era quasi buio, lentamente così come era salito, ridiscendeva e ritornava alla Certosa; sempre silenzioso, sempre senza rivolgere la parola ad alcuno.

Giuseppe era incuriosito da quest’uomo così tanto diverso da lui e da quelli che lui conosceva, ma era anche un rispettoso  e riservato uomo di montagna e non aveva mai chiesto a nessuno chi fosse.

Ma un giorno lo aveva intravisto insieme al Priore e  con questi aveva osato, gli aveva  chiesto. Il Priore aveva risposto: << è un uomo che ha visto l’orrore e ora cerca se stesso nel silenzio>>.

Quando il Priore si era allontanato il barista, che aveva un chioschetto sulla piccola piazza e aveva seguito il dialogo, gli aveva detto: <<è quello che ha buttato la bomba atomica sui giapponesi>> .

Giuseppe non aveva mai visto un giapponese e ancor meno sapeva cosa potesse essere “una bomba atomica” ma non voleva dimostrare la sua ignoranza; si era limitato ad annuire pensando tra se e se “ di sicuro è una cosa terribile, che il cuore di un uomo giusto non può accettare”.

Suo figlio, un giorno, gli avrebbe spiegato tante cose. Per esempio che quell’uomo schivo e solitario non era – come si diceva erroneamente -  colui che aveva sganciato la bomba su Hiroshima, ma era stato, come soldato dell’esercito USA, un testimone dell’orrore portato in quella nazione e ne era rimasto sconvolto a tal punto che, a guerra finita, aveva indossato l’abito monastico entrando in clausura presso il Monastero di Serra San Bruno.

                                                                                   Nelle immagini: La Certosa di Santo Stefano del Bosco  nota come la Certosa di Serra San Bruno (Calabria)

 

Rime finite a prendere il sole

occhi che bruciano dal troppo colore

Fungo lontano che illumini il mondo

togli la vita , doni calore

ben lo vedranno i nipoti dell’oggi

contare le dita e trovarne trenta.

Francesca

 

Postato da: perlasmarrita a agosto 12, 2007 20:15 | link | commenti
perla

LA VERITà

La verità

Un odore acre gli giunse alle narici: un forte olezzo di sudore,  misto all’olio per i freni  surriscaldato negli ingranaggi del locomotore, invadeva l’aria.

Estraneo, ipnotizzato quasi,  guardava quella fiumara di gente che si riversava  sul marciapiede dei binari: una fiumara multicolore, dove i colori sgargianti delle donne africane era in contrasto estremo con un gruppo di ragazzi di nerovestiti con gli orecchini al naso, a lui sembrava, e mille tatuaggi sulla  pelle.

C’erano molte differenze con i colori della fiumara di gente che si era sorpreso ad osservare tanti anni prima.

Quanto tempo era passato da quel giorno!!!

23 anni esatti che non metteva piede in una stazione ferroviaria.

Da quel maledetto 2 agosto 1980.

C’era la sua Lorena su quel treno, ritornava  a casa dalla sua prima vacanza da sola con le amiche.  Aveva molto insistito Lorena cercando di convincere quel padre dolce ma burbero e con le idee “all’antica”. come diceva lei.

No, lui non riusciva a capire questo bisogno della sua figliola di partire da sola, sia pure in compagnia di un’amica. Avrebbero raggiunto una terza amica che stava villeggiando sulla costiera marchigiana, ai piedi dello splendido Conero.

Che bisogno c’era?  La settimana seguente tutta la famiglia si sarebbe trasferita presso la  solita località romagnola a trascorrere i canonici 15 giorni al mare. Di più non si potevano permettere.

Ma lei aveva insistito, si era disperata, aveva pianto finché  lui, intenerito, le aveva dato il suo consenso. In definitiva, si era detto, sua figlia era degna della sua fiducia ed aveva ceduto.

C’è sempre un momento magico nella vita di un padre. È quando scopri che i tuoi figli sono pronti a spiccare il volo dal nido, a volare per conto loro. Non  si arriva mai preparati a questo, chissà perché.

E  poi lui  e la moglie erano andati ad aspettarla, trepidanti, alla stazione. Il treno era arrivato, la sua unica e bellissima figlia era scesa, raggiante e felice. Gli aveva consegnato i bagagli poi gli aveva chiesto di aspettarlo fuori mentre lei salutava l’amica che avrebbe preso un altro treno.

La moglie aveva seguito la figlia ma solo per andare verso il bar  e lui si era sistemato pazientemente in un angolo e si era seduto su quei bagagli e mentre l’aspettava pensava al tempo, che passava troppo velocemente e che aveva trasformato in un batter d’occhio quella bambina timida in un’adolescente socievole e piena di vita. Lorena era fatta così: piena di sogni e di voglia di fare; generosa e attenta con le persone ma anche molto volitiva e determinata. Non si era lasciata attirare dalle sirene politiche di vario colore, aveva continuato per la sua strada  e lui ne era rimasto contento.

Un sorriso gli aleggiava  ancora sulle labbra quando un boato si fece  strada tra i pensieri e la sua vita. Sulle prime non sentì nulla; poi un dolore fortissimo al lato destro e la vista che gli si annebbiava mentre la nebbia dei calcinacci si diradava e cominciavano ad arrivare le prime urla, strazianti.

Lorena….  mormorò… doveva cercare la sua bambina, doveva farlo. Ma d’improvviso tutto fu buio.

Quando si svegliò non riusciva ad orizzontarsi dove fosse, una calma allucinante lo circondava. Poi capì di trovarsi in un ospedale, nella sala rianimazione. Lorena!!! Il pensiero di sua figlia lo colpì in pieno petto come una fucilata.

Si agitò doveva scendere, doveva sapere dove fosse Lorena, se stava bene, se fosse in salvo. E la sua Maria? Dov’era?  All’infermiere accorso biascicò il nome di sua figlia, poi la puntura con il sedativo fece il suo effetto e ripiombò nel torpore del sonno ma fece in tempo a sentire l’infermiere che sussurrava: “poveretto”!

Dopo, solo molto tempo dopo aveva saputo tutto. Era stato in coma dodoci giorni ma si era salvato. Lorena, invece, no; aveva combattuto contro la morte per dieci giorni ma alla fine non e l’aveva fatta. E neppure  sua moglie.

Sono stati i rossi, no sono stati i neri, no  chissà, forse sono stati i servizi segreti, magari aiutati da quelli stranieri.

All’inizio aveva dato il suo impegno e la sua vita all’Associazione. Perché lui non aveva più diritto a una vita, si era convinto, visto che era sopravvissuto alla sua famiglia, alla sua amatissima Lorena.

Ma poi la stanchezza e la disperazione lo avevano vinto. Troppe menzogne, troppi depistaggi;  si sentiva Sisifo davanti alla montagna. 

La verità! Era convinto che non si sarebbe mai arrivati alla verità, all’individuazione dei colpevoli, dei mandanti.

Chi poteva avere architettato un piano tanto scellerato? Ma che Nazione era mai diventata l’Italia? Era troppo vecchio e stanco per andarsene via da una Nazione che oramai non sentiva più sua e così si rifugiò sulle colline emiliane che lo avevano visto bambino, alla ricerca di pace e di silenzio.

Ma era stata troppa la rabbia quando seppe che quel sindaco lì, aveva omesso già due volte la frase “vittime del terrorismo fascista”.

Cosa volevano fare? Ricominciare daccapo? Dire che non erano stati neppure chi  avevano arrestato? Lasciare 85 morti e centinaia di famiglie distrutte, senza giustizia?  Voleva sentirlo con le sue orecchie, guardare negli occhi chi era capace di tanto.

Lo aveva guardato negli occhi, lo aveva sentito, avrebbe voluto  andare da lui, scrollarlo dirgli che c’era la sua Lorena la sotto, che la sua vita si era fermata in quel momento, che gli dicesse se non erano stati i neri, chi allora?

Chi???? Perché????????????

Invece si girò sui suoi passi, sputò con disprezzo, allontanandosi. All’improvviso si sentiva soffocare dalla nausea. La politica, pensò, che schifo!!!!!

Questo racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale. Chi desidera vedere il video che documenta i primi minuti dopo lo scoppio della bomba alla Stazione di Bologna, comprensiva dei dialoghi, può cliccare QUI.

Immagine: G. Morgia - La strage di Bologna

Postato da: perlasmarrita a agosto 12, 2007 20:14 | link | commenti (1)
perla

04/06/2007
Ale

Ale sedeva sul letto, cercando di trattenere le lacrime. Ma le lacrime premevano, traboccavano, volevano uscire. Ale tirava su col naso, cercando di ingoiare l'amarezza. Ma l'amarezza non voleva andare più giù della bocca dello stomaco. E si annidava lì, sgomitando per prendere ancora più spazio, per toglierle il respiro. Il sole del pomeriggio di agosto filtrava attraverso le persiane, ma non riusciva a scacciare il brivido gelato che cominciava a serpeggiarle lungo la schiena, nè l'afa poteva scoraggiare i suoi singhiozzi. Ale non era mai stata brava con le parole. Non riusciva quasi mai a dare un nome alle cose che le passavano per la testa. I suoi pensieri più profondi ci mettevano parecchio a prendere forma, e a volte con grande fatica, da parte loro e da parte di Ale. Lei non glielo permetteva. Perchè a volte aveva paura di se stessa.

Ale riusciva ancora a dare un nome alle sensazioni che provava. E in quel momento era angosciata e terrorizzata. Da tanto non si sentiva così. Senza scampo, in trappola, come una bestia ferita e furiosa.

Alessandra aveva visto la fine del suo amore. Aveva lasciato spazio alla prepotenza di quel pensiero, e così quello aveva preso forma. Sapeva che, ancora una volta, stava per dar luogo ad una cascata di eventi che avrebbero cambiato tutto. Forse avrebbero rivoltato la sua vita come un guanto. Perchè Ale sapeva di essere il motore del proprio destino. Ma aveva anche capito che il destino era come una corsa sulle montagne russe. E lei era di nuovo in cima alla discesa più pericolosa. E sapeva che avrebbe potuto sospirare un pò più forte, e in un momento la sua vita sarebbe precipitata giù, chissà per quanto. Sarebbe cambiata di nuovo, in bene e in male, ma qualcosa dentro lei si sarebbe irrimediabilmente rotto. E Ale non sapeva se sarebbe stata in grado di sopportare il suo nuovo essere se stessa.

Poco prima di cominciare a piangere, Ale aveva chiuso gli occhi. Aveva ripensato all'ennesima litigata di quel pomeriggio. Aveva pensato alla voce alta di lui, alle proprie parole piene di biasimo. Se n'era andata senza neanche salutare. Spesso dopo quegli scontri non sopportava più di averlo vicino. I pensieri correvano veloci, e l'aria cominciava a farsi tiepida, mentre saliva l'odore di erba falciata di fresco. Ale immaginò quante altre volte avrebbero potuto permettersi di litigare così prima che la loro storia ne uscissa scalfita. Ah, ma una cosa così bella, un opera così perfetta come quella che avevano creato le loro anime avrebbe perso la sua forza anche solo con un graffio! Non esisteva modo di ripararla... Come avrebbe potuto guardarlo in faccia e non odiarlo, e non odiarsi per quanto erano stati stupidi? Non avrebbe potuto farci niente. Sapeva che non sarebbe stata in grado di andare avanti. L'amore non si aggiusta, non è così che funziona, e ci era già passata, come tanti, in quei tentativi disperati di salvare qualcosa che non c'è più. Non voleva che succedesse di nuovo. Ma lei gli avrebbe urlato in faccia che odiava il modo in cui lui credeva i conoscere la vita solo perchè aveva viaggiato, era nato all'estero, e aveva avuto tante ragazze. Lui le avrebbe detto che non sopportava più di avere accanto una persona che non era in grado di leggere dentro se stessa e di fare chiarezza con lui. Voleva qualcuno che sapesse risolvere i problemi parlando, e non chiudendosi in un guscio di silenzio offeso, senza una spiegazione. Si sarebbero detti che così non poteva andare avanti. Perchè lei l'avrebbe accusato di non sentirlo vicino, e avrebbe ripetuto che era fatta così e non poteva farci nulla, e non sarebbe mai stata come le altre ragazze che lui aveva avuto. E forse tutto sarebbe degenerato... in quegli ultimi tempi andava sempre così. Ma una volta o l'altra sarebbe stato diverso. Lui se ne sarebbe andato sbattendo la porta, urlando che non aveva bisogno di lei, e Ale si sarebbe sentita morire, gridandogli tra le lacrime di andarsene, e bestemmiando contro la sua debolezza. Non si sarebbero cercati mai più, pur se con gli occhi si sarebbero sempre trovati, nei corridoi dell'università, in centro il sabato sera... ma nessuno dei due avrebbe più fatto un passo verso l'altro. E chissà, magari un giorno si sarebbero ricordati di loro. Ma allora l'a forza che aveva legato l'uno all'altra sarebbe stato solo un ricordo. Perchè nel frattempo avrebbero dovuto subire l'umiliazione dei "te l'avevo detto", e le estenuanti spiegazioni da dare agli amici. E sarebbero rimasti paralizzati dalla pena nel vedersi accanto ad altre persone, tentando di andare avanti senza pensarci.

Alessandra sentì la voglia di urlare che le tendeva il diaframma. Ma perchè la sua mente la tormentava con quei pensieri? Sentiva la disperazione che l'assaliva, mentre si chiedeva quando mai si fosse svegliata da quell'incanto che era il loro amore. Quando si era dimenticata della complicità, delle risate assieme e degli abbracci che non finivano più? Come aveva potuto dimenticare come si era sentita la prima volta che aveva fatto l'amore? Quando aveva smesso di sapere che erano anime gemelle, e che si erano sentiti come gli unici due superstiti su un'isola deserta quando avevano realizzato che una cosa meravigliosa come quella che era capitata a loro era davvero possibile ?

Alessandra andò alla finestra e tirò su le persiane. La notte era popolata di stelle, ma il loro splendore era offuscato dalle lacrime. Ale si passò il dorso della mano sugli occhi. Guardò il cielo e fece un sospiro tremulo. D'un tratto si era ricordata di una cosa che le aveva detto lui quando si erano messi assieme. Tu sai che siamo dei pazzi?

Quella frase risvegliò in lei un'improvvisa tenerezza. Quella volta si erano affidati l'uno all'altra. Sì, erano dei pazzi davvero. Due pazzi come non ce ne sono più. Prese il cellulare. Per ora il loro amore era forte più di ogni altra cosa. E domani forse lo sarebbe stato di più a dispetto di tutti i graffi, le lesioni e le ammaccature. O forse no. Ma ad Ale non importava. Adesso voleva solo sentire la sua voce. Così avrebbero potuto scacciare di nuovo via i loro fantasmi.

Postato da: perlasmarrita a giugno 04, 2007 01:44 | link | commenti (2)
lemurrakia